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Il tocco che manca: perchè l'assisitenza ha bisogno di tempo

Aggiornamento: 22 dic 2025

Nel mio lavoro di infermiere mi accorgo che l’assistenza sta diventando un territorio sempre più tecnico. Il ritmo delle procedure è rapido, continuo, incalzante: si misura, si registra, si documenta. Tutto è tracciato, tranne ciò che spesso ha più valore, cioè la relazione. È un paradosso silenzioso. Mentre cresce l’enfasi sull’approccio olistico, la pratica quotidiana si restringe in gesti funzionali e ripetuti. Eppure è proprio tra un parametro e una medicazione, tra un cambio postura e una consegna, che si gioca il senso autentico della cura. L’assistenza, quando perde l’incontro, diventa un sistema di azioni senza profondità.

La distanza nasce spesso dalla fretta. Non una fretta scelta, ma una fretta strutturale, che attraversa gli ospedali e gli ambulatori. Gli operatori fanno il possibile, ma il tempo viene continuamente ritagliato, frazionato, ricomposto. Il paziente diventa compito, non perché qualcuno lo voglia, ma perché il sistema lo produce così. È un meccanismo che Ivan Illich aveva descritto con precisione quando osservava che la medicina moderna rischia di trasformare la salute in consumo e la cura in prestazione («la salute diventa un prodotto», I. Illich, Nemesi medica, Mondadori, Milano 1977, p. 53). Non è una critica alla sanità, è una diagnosi culturale: quando tutto diventa procedura, ciò che non è procedura perde valore. E così, la parte lenta della cura, quella fatta di ascolto e presenza, viene considerata superflua.

Nel frattempo, fuori dalle strutture sanitarie cresce un desiderio diffuso di pratiche orientate al benessere. La medicina cinese, la meditazione, le arti del respiro e del movimento: elementi complessi, legati al ritmo lento delle trasformazioni interiori. Tuttavia, quando arrivano in Occidente, vengono spesso tradotti secondo la logica dell’immediatezza. Micro-video, consigli rapidi, esercizi estratti da un sistema più vasto. La lentezza del taoismo diventa un contenuto da consumare in pochi secondi. Eppure il pensiero orientale, come ricorda Fritjof Capra, non separa mai il gesto dal processo («nessun fenomeno esiste in isolamento», F. Capra, Il Tao della fisica, Adelphi, Milano 1982, pp. 42-43). Quando estraiamo la tecnica dal suo contesto, resta un guscio privo della sua profondità. Questo vale anche per i testi classici della medicina cinese – dal Neijing al Nanjing – che richiamano continuamente l’idea di un equilibrio che non può essere semplificato in una istruzione immediata.

Questa difficoltà a mantenere un ritmo umano non riguarda solo le pratiche orientali: è un tratto generale della nostra epoca. Viviamo in un tempo frammentato, che non ha più durata ma solo successione. Byung-Chul Han descrive questa condizione come una perdita di profondità, un tempo che «non profuma più» perché non sedimenta (B.-C. Han, Il profumo del tempo, Nottetempo, Roma 2016, pp. 15-18). È un’immagine sorprendentemente adatta ai luoghi di cura: si susseguono azioni, ma poche di esse hanno la continuità necessaria per diventare relazione. Ciò che il paziente racconta viene ascoltato mentre si prepara un farmaco o si controlla un monitor. Non è disattenzione: è mancanza di spazio temporale. Senza durata, anche l’ascolto più sincero rischia di scivolare via.

Eppure, l’ascolto è una delle forme più concrete della cura. Non richiede molto tempo, ma richiede un tempo pieno, non distratto. Lo ricorda anche Carl Gustav Jung quando, commentando Il Segreto del Fiore d’Oro, parla del valore della maturazione lenta e del lasciare emergere ciò che deve emergere («i processi profondi non si forzano», C. G. Jung, Il segreto del fiore d’oro, Boringhieri, Torino 1999, p. 29). L’assistenza non è molto diversa: il paziente non si apre perché gli facciamo una domanda, ma perché gli offriamo uno spazio. Anche minimo, ma reale. L’ascolto non è accessorio: è un modo di vedere. Permette alla tecnica di inserirsi dentro una relazione e non contro di essa. Quando una persona si sente ascoltata, cambia il modo in cui vive la cura e cambia il modo in cui l’operatore può assisterla.

Ritrovare questa dimensione non significa abbandonare la tecnologia o opporsi alla modernità. Significa reintrodurre un principio di lentezza dentro un sistema che tende a eliminarla. La lentezza non come rallentamento operativo, ma come qualità della presenza. Una mano appoggiata, una frase senza fretta, un minuto in cui si guarda davvero chi si ha di fronte: piccoli atti che hanno una forza clinica anche se non finiscono in cartella. Le intuizioni di Illich, Capra, Han e Jung convergono verso un’unica direzione: la cura è relazione incarnata, non sequenza di operazioni. Senza contatto, senza ascolto, senza tempo, la tecnica si svuota. È forse qui che l’assistenza contemporanea può ricominciare: dal gesto antico di fermarsi un istante per esserci davvero.




 
 

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