Occidente e pratiche orientali: il limite culturale dell’integrazione
- Davide Rosa
- 9 feb
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L’approccio occidentale alla medicina cinese e, più in generale, alle pratiche cosiddette olistiche rimane inevitabilmente un approccio occidentale. Infatti ciò che oggi viene definita Medicina Tradizionale Cinese non coincide con la medicina cinese classica, ma è il risultato di una rielaborazione storica avvenuta nel corso del Novecento durante la Rivoluzione culturale cinese: il sapere medico tradizionale venne , in epoca maoista, sistematizzato e semplificato per renderlo accessibile alla popolazione e compatibile con una visione ideologica razionale, ridimensionando l’impianto simbolico e taoista originario a favore di una struttura più standardizzabile e maggiormente influenzata dal confucianesimo. Non potremo mai sapere se la medicina cinese ha resistito nei secoli anche grazie a Mao, ma osserviamo la realtà storica.
Questa distanza culturale è stata analizzata da Carl Gustav Jung, il quale, ne Il segreto del fiore d’oro, riflette sull’impossibilità per la persona occidentale di “orientalizzarsi” senza incorrere in una forma di imitazione superficiale. Jung osserva come l’adozione di pratiche spirituali orientali, se sradicata dal contesto filosofico ed esistenziale che le ha generate, rischi di trasformarsi in una mimesi priva di profondità, incapace di produrre un reale processo di integrazione interiore: «l’errore comune dell’occidentale, è che egli come lo studente del Faust mal consigliato dal diavolo, volge sprezzante le spalle alla scienza e, consentendo all’estasi orientale, prende alla lettera le pratiche dello yoga, scimmiottandole miseramente, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 30). Alla base di questa difficoltà vi è la separazione precoce, tipicamente occidentale, tra ragione e istinto, tra pensiero e dimensione passionale, laddove nelle tradizioni orientali tali polarità sono rimaste in dialogo costante.
Una differenza analoga emerge nella concezione del maschile e del femminile. In ambito occidentale queste categorie tendono a essere definite, scomposte e moltiplicate in una serie di micro definizioni concettuali, quasi per arrivare alla definizione atomica dei generi; nella medicina cinese, invece, yin e yang non rappresentano entità fisse né principi esclusivi, ma forze dinamiche che contengono sempre al loro interno una quota del proprio opposto. Questa visione relazionale e è espressa in modo paradigmatico nel Daodejing, dove l’equilibrio non coincide con una condizione statica, ma nasce dal movimento continuo tra elementi complementari: «il maschile e il femminile si generano a vicenda» (Laozi, Daodejing, Adelphi, Milano 2018).
Proprio a causa di questa distanza strutturale, la mente occidentale non può semplicemente auto-negarsi e cercare una forma di pacificazione attraverso pratiche orientali considerate come strumenti universali. Jung mette esplicitamente in guardia da un utilizzo indiscriminato di tali pratiche, «per l’uomo occidentale sarebbe meglio quinid non sapere troppo della visione segreta dei saggi orientali, anzitutto perché si tratterebbe del mezzo giusto nelle mani dell’uomo sbagliato, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 56).
Non è casuale, dunque, che in ambito sanitario occidentale si parli di medicine complementari e non di medicine olistiche. Questa distinzione riflette il tentativo di integrare pratiche non farmacologiche all’interno di un paradigma clinico che continua a privilegiare il phármakon come strumento principale di intervento. Il raziocinio e la verificabilità scientifica restano criteri centrali, ma proprio questa impostazione rischia di limitare il potenziale di tali pratiche, confinandole a un ruolo marginale. Un loro impiego più significativo richiederebbe un cambiamento di postura, avvicinandosi a un modello ispirato alla slow medicine, capace di restituire centralità alla relazione di cura e al tempo dell’incontro.
Secondo Jung, un reale approccio integrato, nel contesto occidentale, non dovrebbe avvenire prima di una sufficiente maturità personale, ossia una capacità di integrare le proprie istanze razionali, emotive e istintive in una struttura psicoemotiva più consapevole. In una società caratterizzata da una crescente dipendenza da dispositivi digitali e da una richiesta costante di immediatezza, pena l’ostracizzazione, sembra, in qualche enclave, emergere un bisogno di recuperare una dimensione più istintiva e passionale, capace di contrastare l’irrigidimento prodotto da una razionalità esclusiva.
In questo percorso, un ruolo decisivo è affidato alla figura del conduttore o dell’operatore, chiamato a guidare con saggezza e consapevolezza. Come emerge dall’esperienza descritta da Herrigel in Lo zen e l’arte del tiro con l’arco, l’insegnante non impone un risultato, ma attende che l’allievo arrivi alla comprensione attraverso un processo di progressiva consapevolezza personale: «l’arte autentica non conosce né scopo né intenzione: quanto più l’arciere si sforza di colpire il bersaglio, tanto più se ne allontana» (E. Herrigel, Lo zen e l’arte del tiro con l’arco, Adelphi, Milano 1995, p. 72).
Più che integrare l’Oriente, l’Occidente è chiamato a interrogare se stesso.